your life, […] now bounded, now immeasurable, it is alternately stone in you and star

Ovvero, di come i nostri eroi partirono alla scoperta dello ridente Shikoku.

O, in breve, di una gita in giornata in bici e delle sorprese che può riservare. Partiti di buon’ora alle 9 di mattina del 28 aprile (perché ho lasciato passare così tanto tempo prima di scrivere un post? Perché sono pigra, perdio.) con l’intenzione di raggiungere un monte nelle vicinanze e recarsi all’onsen lì collocato, ci siamo avviati verso la stazione di Kochi, convinti che lì avremmo trovato le risposte a tutti i nostri quesiti su come arrivarci.

Chiediamo ai gentili omini della stazione quale sia la fermata più vicina al monte, e prontamente li mandiamo nel panico, innestando la catena di “Onorevole cliente, la mia umile persona non può comprendere quello che lei mi sta così gentilmente dicendo, se solo può attendere tenterò di rimediare alla mia inadeguatezza chiedendo l’assistenza del mio collega”; che tradotto significa che nessuno di loro aveva mai sentito quel monte e non avevano idea di come arrivarci. Dopo qualche minuto di consultazione e determinato il nome della località che dovevamo raggiungere, naturalmente siamo stati indirizzati al terminal degli autobus, dove ci è stato detto che il prossimo autobus sarebbe partito dopo due ore.

Yabai! Alla fine abbiamo optato per avviarci in bici un po’ a cazzo verso le montagne, nella speranza di raggiungere un qualche sentiero da poter percorrere (chi l’avrebbe mai detto che la sottoscritta sarebbe diventata una trekker? Io no di certo). Ci avviamo dunque verso i monti, costeggiando un canale e ammirando gli iris che crescono sulle sue sponde.

Il canale.

Il canale by almost-night.

Arriviamo alle pendici delle montagne più vicine, e decidiamo di salire sulla prima che troviamo, nonostante il cartello che vietava l’accesso. Siamo gaijin, non capiamo né il giapponese, né il cerchio rosso barrato con scritto “ACCESS FORBIDDEN”, no no. Proseguiamo per un sentiero nel bosco, e stavo già rilassandomi costatando che non è poi così difficile salire le montagne, quando a un tratto vedo un serpente dal diametro del mio polso, e la mia prima reazione è stata chiedere agli altri se fosse finto. Seriamente? Cervello, pensavo fossimo amici tu e io!

Ma non importa, momenti di derpitudine a parte, scesi dal sentiero che portava in realtà a una triste radura proseguiamo nella nostra esplorazione della zona, perdendoci e vagando per la campagna senza una meta.

Chicca n. 1: chiediamo a un vecchino che stava innaffiando le piante davanti a casa sua come raggiungere un tempio nelle vicinanze, con poche speranze, only to find out that non solo parlava un ottimo inglese (per gli standard dei suoi connazionali), ma che ha servito come ufficiale di marina ed è stato in Russia, in America e in tanti altri posti. Come direbbero le nostre tutor sceme, kakkoii.

Chicca n. 2: i bambini che ci vedono per strada e scappano dentro casa; le signore che fanno lo stesso; la baby gang che ci costeggia in bici e dopo la nostra risposta in giapponese al loro “haroo!” (un aborto di “hello”; già, davvero) passa un paio di minuti ad affiancarci ridendo. Ciao anche a voi, stronzi.

Comunque, gira e rigira alla fine arriviamo in una zona di campagna che si chiama 円行寺, Engyouji, e ci imbattiamo in questo piccolo ma bellissimo santuario:

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Le mie foto non rendono giustizia alla meravigliosa luce e soprattutto non riescono a ricreare l’atmosfera e i profumi di quel posto. Ma resterà sempre nel mio cu   – lo porterò sempre con m   …beh insomma, avete capito.

Riassumendo: biciclette, sole, serpenti finti ma  anche no, santuari e, ciliegina sulla torta, una bellissima scottatura da murèr. Cosa si può chiedere di più dalla vita?

Title from this poem by R.M. Rilke.

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