Life was breaking me hitting me in the teeth

Ovvero, della mezz’ora di passione in libreria, durante la quale ho perso metà del mio peso in sudore e autostima.

Ma partiamo dall’inizio: ieri finalmente mi decido a ordinare un testo per la tesi triennale, e mi reco in una libreria vicino a casa dove mi avevano già detto la settimana scorsa che potevo ordinarlo, con tanto di fotocopia coi dettagli del volume in questione. Quindi mi si perdonerà se nella mia italiota ingenuità avevo delle discrete aspettative, cioè sbrigare in fretta questa faccenda e tornare a casa a studiare. Niente di più sbagliato.

(Ulteriore premessa: in giapponese ci sono diversi registri linguistici: il linguaggio informale, parlato fra famigliari e amici, il linguaggio formale, keigo, che a sua volta si suddivide in linguaggio cortese, linguaggio onorifico, quando ci si rivolge ai superiori, e quello umile, quando si parla di se stessi a un superiore. Se proprio vi interessa potete andare a leggervi la pagina wiki, ma per ora vi basti sapere che è un sistema decisamente complesso, e in particolare il linguaggio formale, il keigo, risulta difficile anche agli stessi parlanti nativi, che spesso lo imparano sul luogo di lavoro. Vi rimando all’ottimo post di Hagane, che sa spiegare le cose molto meglio di me. Pigrizia portami via, voglia di fare saltami addosso, ecc)

Insomma, entro nella libreria tutta baldanzosa e approccio una commessa, ignara della tempesta che si stava per abbattere su di lei. Le mostro il foglio da loro stampatomi due giorni prima,  e da qui inizia la spirale.

“Salve, vorrei ordinare questo libro *mostra la stampa*, ero passata qualche giorno fa e mi era stato detto che potevo farlo arrivare.”

*guarda  il foglio* …Ah, ho capito quello che Lei vuole dirmi, se può farmi l’onore di prestarmi il Suo foglio e cortesemente attendere un momento ricercherò al massimo delle mie capacità.”

Attendo, dopo un minuto torna.

Mi scuso infinitamente per averLa fatta aspettare, il libro che Lei cerca  –  e qui parte la sfilza di linguaggio onorifico riferito all’ordine, di cui non capisco praticamente niente. Sssshit. Okay, calma e gesso.

“…Ah, ma quindi posso ordinarlo? Quanto ci impiega?”

E si lancia in una ripetizione di quello che mi ha appena detto; stavolta in tutto il keigo sono riuscita a carpire “3 settimane”, quindi decido che quello sia il tempo di attesa, e le confermo che voglio prenotarlo.

Ricevuto, Onorevole Cliente, se ora vuole farmi il favore di perdere un minuto del Suo tempo prezioso per compilare questo tedioso ma necessario modulo” 

…o almeno, suppongo che mi abbia detto una cosa del genere, perché ovviamente al momento era come parlasse cantonese, e la mia reazione è stata quella di guardarla con aria ebete e occhio da pesce lesso; davanti al mio palese smarrimento lei si è fatta coraggio e mi ha ripetuto ancora, stavolta però presentandomi un modulo. Grazie al cielo.

Se può farmi l’onore di scrivere il Suo Onorevole nome in questo spazio, e il numero di telefono, così quando il libro arriva possiamo arrecarle il disturbo di contattarLa”

Io scrivo il nome, ma le  spiego che il mio telefono in Giappone non funziona, quindi se non è un problema le chiedo di contattarmi via mail. IL PANICO. La povera commessa non è evidentemente equipaggiata per affrontare simili deviazioni dal protocollo, mi fissa con occhio sbarrato e si affretta a chiamare il suo superiore, ovvero una donnina alta un metro e una banana che mi parlava a voce bassissima attraverso una mascherina.

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Se l’Onorevole cliente volesse cortesemente capire che il suo non fornire un numero di telefono potrebbe pregiudicare il suo onorevole ordine nella maniera in cui ci potrebbero essere dei disguidi o errori nel momento del contatto blablabla”

“…ma non è che potreste semplicemente spedirmi una mail quando arriva il libro? Vengo subito a prenderlo, lo giuro!”

Dopo ulteriori consultazioni con le altre impiegate, finalmente viene approvata la mia scandalosa richiesta. Vedendo la luce alla fine del tunnel, mi affretto a scribacchiarla nel primo spazio vuoto disponibile nel modulo, se non che giusto scrivendo il “com” mi accorgo del mio fatale errore: in pilota automatico, l’ho scritta in corsivo. This is bad. Col panico nel cuore chiedo alle due commesse, evidentemente in coppia per farsi forza, se capiscono; seguono 5 minuti degni del miglior teatro dell’assurdo in cui la donnina mascherata prova a riscrivere la mail su un foglietto, sbagliando tutte le vocali e un discreto numero di consonanti.

“Oddio mi scusi, avrei dovuto scriverla in stampatello!”

No no Onorevole cliente, sono terribilmente mortificata, non si sono scuse per la mia incompetenza, AVREI DOVUTO STUDIARE DI PIU’ (non sto scherzando, giuro)”

Alla fine riusciamo a concludere l’ordine. Si vede che sentivo la mancanza di una mazzata finale, perché non contenta mi sono azzardata a chiedere di ordinare un secondo volume, questa volta un manga. La commessa, chiaramente chiedendosi perché mai quella mattina aveva lasciato il lanciafiamme sul comodino, controlla, stampa il solito foglio, lo guarda stupita e si avvicina. Paura.

Onorevole cliente, le mie limitate capacità mi hanno permesso di trovare questo titolo, ma è mai possibile che io abbia capito male e lei voglia ordinare proprio questo libro? Non ci potrebbe forse essere un errore?”

A questo punto io ero sull’orlo di una crisi nervosa, e alla prospettiva di un encore della scena appena vissuta, ho deciso di tagliare la corda senza ordinare il manga.

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Ora, io capisco che generalizzando l’Italia è la terra dell’approssimazione e le regole ci sono perché fa bello, ma il Giappone in questo senso è l’altra faccia della medaglia, e il protocollo deve essere seguito senza sgarrare, in modo da non creare attriti (角が立たない). Ci tengo a specificare che probabilmente se il mio giapponese fosse migliore tutto questo non sarebbe successo, e anche che ho incontrato altri commessi gentili e disponibili, but still.

Fine del piattolamento, giuro ❤

Post title from this poem by Yevgeny Yevtushenko.

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