You must be he I was seeking, or she I was seeking

Conclusasi l’avventura Giappone, riflessioni di varia natura sui mesi appena trascorsi.

Cose che si sono confermate vere:

I giapponesi sono l’organizzazione fatta popolo, e il gruppo prevale sul singolo

I giapponesi sono emotivamente costipati, ma super gentili

I giapponesi sono creepy

Il Giappone è il regno del consumismo

I trasporti sono obiettivamente meravigliosi, hands down

I washlet sono il regalo di Odino all’uomo

Cose che non si sono confermate vere:

I giapponesi sono discreti (sono curiosi come scimmie e discreti come una picconata nelle ginocchia)

In Giappone il riso te lo tirano dietro (falso, falso!)

Cose random che ho imparato:

Il Giappone odia i cestini e la carta per asciugarsi le mani; ognuno si porta dietro un hankachi (handkerchief, ma quanti problemi avete con l’inglese?)

Il Giappone non è un paese per vegetariani (vedi qui e qui, alla voce “Everything has meat in it”); a breve un post al riguardo

Il Giappone non è un paese gaijin friendly

I giapponesi non sanno abbracciare

Le merendine luride del Giappone non hanno paragoni

Il maccha mi fa vomitare, sorry maccha

I giapponesi dormono in qualsiasi luogo, momento e posizione (e appoggiati a qualsiasi superficie, compresa la tua spalla)

I giapponesi avvolgerebbero nella plastica la loro nonna 

 

Post title from this poem by Walt Whitman

If my heart really broke every time I fell from love I’d be able to offer you confetti by now

Ovvero, il fatidico post in cui parlerò del grande amore dei giapponesi. Il sushi? I manga? Le adolescenti scosciate? No, la plastica. 

Ebbene sì, basta stare in Giappone per una settimana e già ci si rende conto di aver messo piede nell’incubo dell’ecologista medio: elettricità usata per tutto, aria condizionata appena si superano i 15 gradi, uno spreco alimentare che ha dell’inverosimile; di cose da dire ce ne sarebbero a palate, ma per ora mi limiterò ad accennare brevemente alla piaga quotidiana della plastica.

Quando l'ho visto non volevo crederci. Sapete cos'è questo? Un aggeggio per pulire il cancellino, tu lo metti sopra e lui vibrando lo pulisce dal gesso. ASDFKNIERDBPOENJ

Quando l’ho visto non volevo crederci. Sapete cos’è questo? Un aggeggio per pulire il cancellino, tu lo metti sopra e lui vibrando lo pulisce dal gesso. ASDFKNIERDBPOENJ

In poche parole, se potessero i giapponesi avvolgerebbero nella plastica la loro mamma. A sostegno di questa oltraggiosa quanto veritiera informazione, porto di fronte alla giuria delle prove fotografiche.

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Andando gradualmente: per una ventina di biscotti, oltre alla confezione esterna ci sono almeno altri due strati di plastica. Ciò nulla toglie all’imbattibile ludrità dei biscotti giapponesi, ma a volte sembra di comprare più plastica che altro. Dunque proseguiamo:

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Ora, parliamone: 12 senbeiincartati uno per uno, con tanto di stampa su ognuno. Attenti, se non li si seppelliscono nella plastica potrebbero evadere dalla confezione e soffocarvi nel sonno.

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Quando ho visto le gomme da masticare per la prima volta stavo per sbroccare di brutto. Se non fosse chiaro dalla foto lasciate che vi illustri il packaging:

– strato esterno di plastica trasparente

– strato interno di plastica colorata

– strato di cartone

– gomme incartate una a una CON ALLUMINIO. Fottuto alluminio, mica patatine

Per non parlare della frutta, incartata pezzo per pezzo.

Enough said.

Enough said.

Questa follia della plastica, come avrete sicuramente capito, si consuma quotidianamente nel grande teatro del supermercato, dove oltre a comprare prodotti composti per il 90% da plastica, si verrà riempiti di sacchetti dove riporli, rigorosamente di plastica. Non contenti, dopo aver pagato ci si sposta su dei tavolini per riporre gli acquisti nei sacchetti, per non fare colonna alle casse; il che sarebbe sicuramente una cosa sensata, se solo a ogni tavolo non ci si trovasse di fronte questa macchina infernale:

20130502_161555Nel caso si volessero mettere i prodotti in singoli sacchetti, divisi uno a uno. CRISTO. Ah, e nel caso di frutta, carne, pesce o altri prodotti delicati questa operazione viene fatta addirittura dalla cassiera.

Giuro che non sono riuscita a fermarla, mi ha messo queste tre identiche confezioni di ananas in tre bustine diverse, volevo piangere!

Giuro che non sono riuscita a fermarla, mi ha messo queste tre identiche confezioni di ananas in tre bustine diverse, volevo piangere!

Insomma, sono sicura che il Giappone sia pieno di persone coscienziose e attente ai consumi, non fraintendetemi, ma di sicuro al momento riceve solo bollini neri ecologia.

Post title from this poem by Buddy Wakefield.

But one man loved the pilgrim soul in you, and loved the sorrows of your changing face

Cose che mi sono state chieste o dette da giapponesi, in ordine sparso.

 

“Perché porti i capelli così corti?”  – gruppo di ragazze, prima cosa dettami dopo essermi presentata.

“Ma piove forte anche in Italia?”  – preside della facoltà di cultura all’università di Kochi.

“Ma anche in Italia ci sono le 4 stagioni?” – la mia tutor, 19 anni.

“Ma il pesce/le uova/il formaggio/il tofu lo mangi?” – tutti.

“あなた、かっこいいね! Anata, kakkoii ne!” (Sei proprio fico!) – una vecchia mai vista, per strada.

“大人っぽい!Otonappoi!” (Sembri un’adulta!) – tutti.

“日本語、上手ですね!Nihongo, jouzu desune!”  (Come parli bene il giapponese!) – tutti i giapponesi. Non scherzo, appena si accorgono che parli un minimo la loro lingua si stupiscono e partono i complimenti. Chiaramente mentono.

“Bello, vai a Tokyo! Ci sono un sacco di bei negozi!” – la mia tutor.

“Hai il fidanzato?” – tutti.

“Mia figlia si sposa con un cinese, nooo!” – professoressa, in tono disperato.

 

…amo i giapponesi.

 

Post title from this poem by W.B. Yeats.

Life was breaking me hitting me in the teeth

Ovvero, della mezz’ora di passione in libreria, durante la quale ho perso metà del mio peso in sudore e autostima.

Ma partiamo dall’inizio: ieri finalmente mi decido a ordinare un testo per la tesi triennale, e mi reco in una libreria vicino a casa dove mi avevano già detto la settimana scorsa che potevo ordinarlo, con tanto di fotocopia coi dettagli del volume in questione. Quindi mi si perdonerà se nella mia italiota ingenuità avevo delle discrete aspettative, cioè sbrigare in fretta questa faccenda e tornare a casa a studiare. Niente di più sbagliato.

(Ulteriore premessa: in giapponese ci sono diversi registri linguistici: il linguaggio informale, parlato fra famigliari e amici, il linguaggio formale, keigo, che a sua volta si suddivide in linguaggio cortese, linguaggio onorifico, quando ci si rivolge ai superiori, e quello umile, quando si parla di se stessi a un superiore. Se proprio vi interessa potete andare a leggervi la pagina wiki, ma per ora vi basti sapere che è un sistema decisamente complesso, e in particolare il linguaggio formale, il keigo, risulta difficile anche agli stessi parlanti nativi, che spesso lo imparano sul luogo di lavoro. Vi rimando all’ottimo post di Hagane, che sa spiegare le cose molto meglio di me. Pigrizia portami via, voglia di fare saltami addosso, ecc)

Insomma, entro nella libreria tutta baldanzosa e approccio una commessa, ignara della tempesta che si stava per abbattere su di lei. Le mostro il foglio da loro stampatomi due giorni prima,  e da qui inizia la spirale.

“Salve, vorrei ordinare questo libro *mostra la stampa*, ero passata qualche giorno fa e mi era stato detto che potevo farlo arrivare.”

*guarda  il foglio* …Ah, ho capito quello che Lei vuole dirmi, se può farmi l’onore di prestarmi il Suo foglio e cortesemente attendere un momento ricercherò al massimo delle mie capacità.”

Attendo, dopo un minuto torna.

Mi scuso infinitamente per averLa fatta aspettare, il libro che Lei cerca  –  e qui parte la sfilza di linguaggio onorifico riferito all’ordine, di cui non capisco praticamente niente. Sssshit. Okay, calma e gesso.

“…Ah, ma quindi posso ordinarlo? Quanto ci impiega?”

E si lancia in una ripetizione di quello che mi ha appena detto; stavolta in tutto il keigo sono riuscita a carpire “3 settimane”, quindi decido che quello sia il tempo di attesa, e le confermo che voglio prenotarlo.

Ricevuto, Onorevole Cliente, se ora vuole farmi il favore di perdere un minuto del Suo tempo prezioso per compilare questo tedioso ma necessario modulo” 

…o almeno, suppongo che mi abbia detto una cosa del genere, perché ovviamente al momento era come parlasse cantonese, e la mia reazione è stata quella di guardarla con aria ebete e occhio da pesce lesso; davanti al mio palese smarrimento lei si è fatta coraggio e mi ha ripetuto ancora, stavolta però presentandomi un modulo. Grazie al cielo.

Se può farmi l’onore di scrivere il Suo Onorevole nome in questo spazio, e il numero di telefono, così quando il libro arriva possiamo arrecarle il disturbo di contattarLa”

Io scrivo il nome, ma le  spiego che il mio telefono in Giappone non funziona, quindi se non è un problema le chiedo di contattarmi via mail. IL PANICO. La povera commessa non è evidentemente equipaggiata per affrontare simili deviazioni dal protocollo, mi fissa con occhio sbarrato e si affretta a chiamare il suo superiore, ovvero una donnina alta un metro e una banana che mi parlava a voce bassissima attraverso una mascherina.

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Se l’Onorevole cliente volesse cortesemente capire che il suo non fornire un numero di telefono potrebbe pregiudicare il suo onorevole ordine nella maniera in cui ci potrebbero essere dei disguidi o errori nel momento del contatto blablabla”

“…ma non è che potreste semplicemente spedirmi una mail quando arriva il libro? Vengo subito a prenderlo, lo giuro!”

Dopo ulteriori consultazioni con le altre impiegate, finalmente viene approvata la mia scandalosa richiesta. Vedendo la luce alla fine del tunnel, mi affretto a scribacchiarla nel primo spazio vuoto disponibile nel modulo, se non che giusto scrivendo il “com” mi accorgo del mio fatale errore: in pilota automatico, l’ho scritta in corsivo. This is bad. Col panico nel cuore chiedo alle due commesse, evidentemente in coppia per farsi forza, se capiscono; seguono 5 minuti degni del miglior teatro dell’assurdo in cui la donnina mascherata prova a riscrivere la mail su un foglietto, sbagliando tutte le vocali e un discreto numero di consonanti.

“Oddio mi scusi, avrei dovuto scriverla in stampatello!”

No no Onorevole cliente, sono terribilmente mortificata, non si sono scuse per la mia incompetenza, AVREI DOVUTO STUDIARE DI PIU’ (non sto scherzando, giuro)”

Alla fine riusciamo a concludere l’ordine. Si vede che sentivo la mancanza di una mazzata finale, perché non contenta mi sono azzardata a chiedere di ordinare un secondo volume, questa volta un manga. La commessa, chiaramente chiedendosi perché mai quella mattina aveva lasciato il lanciafiamme sul comodino, controlla, stampa il solito foglio, lo guarda stupita e si avvicina. Paura.

Onorevole cliente, le mie limitate capacità mi hanno permesso di trovare questo titolo, ma è mai possibile che io abbia capito male e lei voglia ordinare proprio questo libro? Non ci potrebbe forse essere un errore?”

A questo punto io ero sull’orlo di una crisi nervosa, e alla prospettiva di un encore della scena appena vissuta, ho deciso di tagliare la corda senza ordinare il manga.

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Ora, io capisco che generalizzando l’Italia è la terra dell’approssimazione e le regole ci sono perché fa bello, ma il Giappone in questo senso è l’altra faccia della medaglia, e il protocollo deve essere seguito senza sgarrare, in modo da non creare attriti (角が立たない). Ci tengo a specificare che probabilmente se il mio giapponese fosse migliore tutto questo non sarebbe successo, e anche che ho incontrato altri commessi gentili e disponibili, but still.

Fine del piattolamento, giuro ❤

Post title from this poem by Yevgeny Yevtushenko.

Look what happens with a love like that, it lights the whole sky.

Tokyo, parte seconda.

Il secondo giorno il simpatico gruppetto composto da F.,C. e A. scioglie gli ormeggi e salpa verso un unico obiettivo: il monte Fuji. Avendo convenuto che non sarebbe stato pratico arrivare fino alle pendici, abbiamo optato per raggiungere una località da cui si potesse ammirare in lontananza.  Poco sapevamo di quello che ci attendeva lasciate le sicure mura dell’appartamento di A.

Dopo due ore di metro e treno arriviamo ad Hakone, bella cittadina immersa nel verde famosa per i suoi onsen (terme) dalla quale, o almeno così ci disse la Lonely Planet, si possono vedere dei bei scorci di monte Fuji. Scesi dal treno in mezzo alla folla, ci avviamo verso quella che ci sembra la strada più battuta dai turisti, fiduciosi che prima o poi ci saremmo imbattuti in un cartello, un’insegna luminosa, un impiegato con elmetto e sbarra rossa spartitraffico indicanti il posto dal quale ammirare il tanto agognato Fuji. E INVECE.

Dopo una mezz’ora abbondante di cammino in cui la strada ci porta su per la montagna, ci decidiamo a chiedere a un inserviente di hotel, che sfoderando il suo migliore tatto nipponico ci illumina sulla nostra situazione: “No, da qui non si può vedere il monte Fuji, dovreste andare dall’altra parte della montagna. Ah, siete a piedi? Chotto…”  (Piccola parentesi sul chotto, che si può tradurre con “un po’”, “un momento”. Ora, sappiate che se un commesso o un qualsiasi giapponese, davanti a una vostra richiesta, vi risponde chotto, è un modo cortese per dire No, non ho idea di cosa tu mi stia parlando/Non posso aiutarti, mi dispiace/Sei un gaijin e mi fai paura, vai via/Tua madre puzza).

Ffffffffffffffffffffff

Ffffffffffffffffffffff

Ma noi non ci perdiamo d’animo, e riguardando bene la Lonely Planet decidiamo di prendere un autobus per raggiungere un parco in una località vicina, nella quale si può vedere il monte Fuji riflesso nelle acque del lago Ashi. Giungiamo nel bellissimo Onshi Koen (恩賜公園), e scarpinando arriviamo finalmente ai punti di osservazione.

Quello che nei giorni buoni e nei poster promozionali si può vedere:

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Quello che abbiamo visto noi:

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Oh, vi giuro che in cielo non c’era una nuvola manco a cercarla col cannocchiale. UNA. Cielo terso, tersissimo, bellissimo e azzurrissimo, 25 gradi. Dove si concentrano le stupide nuvole? Proprio davanti al Fuij.

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Il parco almeno era bellissimo, e dopo averlo girato abbiamo percorso un sentiero di criptomerie, o cedri giapponesi, delle piante enormi e a quanto pare responsabili di diffuse allergie.

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Ultima tappa della giornata, il santuario di Hakone, immerso nel verde e con un torii sull’acqua molto scenografico, davanti al quale era d’obbligo una foto di gruppo, da bravi turisti gaijin. Tante badilate nei denti ai tizi che, non accontentandosi di vedere il torii dalla riva del lago, han pensato bene di prendere un fottuto motoscafo per fare le foto dall’acqua. Ma vi venisse un crampo dove dico io.

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Ultimo giorno: Odaiba, la baia di Tokyo. Ebbene sì, a Tokyo c’è una baia, chi l’avrebbe mai detto. Ed è davvero un luogo piacevole, dove si può fare il bagno e spiaggiarsi sulla sabbia a prendere il sole, oppure sdraiarsi su un prato sotto un albero e farsi un pisolino. Si stava benissimo, è stata una giornata tranquilla e piena di cibo indiano ❤

Cose che abbiamo visto ad Odaiba, in ordine:

La baia

La baia

Una pacchianissima e orrenda statua della libertà. Giapponesi, seriamente?

Una pacchianissima e orrenda statua della libertà. Giapponesi, seriamente?

Il Gundam gigante. Oh, ora sì che vi riconosco!

Il Gundam gigante. Oh, ora sì che vi riconosco!

 

Ciliegina sulla torta, dopo aver salutato i nostri amici (OMMIODDIO GHGGGGHGHGHGHG) A. ha portato F. e io al palazzo del governo metropolitano di Tokyo, da dove si può godere di una vista mozzafiato sulla sterminata capitale.

Devo dire che sono stata abbastanza soddisfatta di questo viaggio; non ho visitato tutta la città, e sicuramente volendo avremmo potuto vedere più cose, ma in fondo è andata bene così: gli amici, il monte Fuji (o quasi), Shinjuku, il manga cafè, i kiwi a un prezzo migliore di Kochi, Odaiba, A. e A., la metropolitana, i Tokyoiti, Ueno e perfino la tamarrissima statua della libertà.

A presto, Tokyo, tornerò.

 

 

 

Even after all this time the sun never says to the earth, “You owe me.”

E i nostri finalmente giunsero nella grande capitale (sapevate che in giapponese esiste un’espressione per andare alla capitale? 上京 する, joukyou suru, con i kanji di 上, salire, e 京, capitale), dove con il mio compagno di avventura F. sono andata a trovare la nostra amica A. (ajajsdjnsoanqio tesoro mi ha fatto tanto tanto piacere vederti ;_;).

Sentimentalismi a parte, torniamo al viaggione del mese. Partiti dalla ridente Kochi alle 20.20, F. e io passiamo 11 ore di passione in n autobus strettissimo e molto scomodo, niente a che vedere con quello spaziosissimo dell’andata; per carità, con quello che abbiamo pagato (a/r 20000 yen, al cambio d’oggi circa 150 euri) di sicuro non ci potevamo aspettare il tappeto rosso e il figone massaggiatore, ma almeno un bracciolino fra i due sedili lo potevate mettere, no? Sigh. Ah, la foto seguente è stata scattata in un bagno di un autogrill e fa sempre parte della serie “i giapponesi e le istruzioni, una rovente passione “.

Nel caso in cui a qualche lestofante venisse l'idea di sedersi sul water in un modo non consono.

Nel caso in cui a qualche lestofante venisse l’idea di sedersi sul water in un modo non consono.

Ma insomma, finalmente approdiamo all’uscita ovest di Shinjuku, armati di Suica  e istruzioni per raggiungere casa di A., a Nakano.

E ora aprirò una piccola parentesi di piattolamento su come mi manchino i miei amici dell’università, e su quanto sia stata felice di stare anche per poco con A. e la sua coinquilina L., A. (ciao stella <3) , C., ofgold, D. Amici, grazie di tutto, vi voglio pene.

Diabete e otto carie dopo, il primo giorno ci siamo recati in zona Ueno, dove abbiamo visitato il museo statale di Tokyo e il parco che lo fronteggia. Chi l’avrebbe mai detto, in una sconfinata metropoli ultramoderna come Tokyo ci sono dei meravigliosi polmoni verdi come il parco di Ueno; complice anche un tempo splendido abbiamo mangiato nel parco e gironzolato nella zona, adiuvati dalla nipponica presenza di N. e del suo telefono internet-dotato. Poi via, alla volta di Asakusa e del Sensōji, pieno di turisti e un po’ pacchiano, ma a essere sincera il solo fatto di essere ad Asakusa mi ha così riempita di awe che sono stata ben felice di farmi largo fra la folla a calci e gomitate nel costato. (com’è che in Giappone si è sempre dalla parte sbagliata dello scorrimento della folla? Eh?)

Ueno, mon amour.

Ueno, mon amour.

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La scatola di Ogata Korin esiste davvero, mi veniva da piangere D:

La scatola di Ogata Korin esiste davvero, mi veniva da piangere D:

浅草寺

浅草寺

A. è stata così gentile da farci da cicerone, e ci ha portato in zona Shibuya, che in realtà non mi è sembrata così eccezionale. In ordine, luogo e commenti:

– la statua di Hachiko. “Volete una foto con Hachiko”  “…no.”  “Ottimo, proseguiamo”.

– l’incrocio di Shibuya. Sì, quell’incrocio. “Mettiamoci in prima fila. Pronti? ODDIO LA FOLLA MORIREMO CALPESTATI AIERBAEGNOAENO”

Shibuya 109. Cristo, l’orrore. Pieno di negozi di roba da vestire da donna, tutta inguardabile; commesse rifattissime e scosciatissime e tiratissime che strillavano nella loro migliore service voice (voce più alta di un’ottava che sono obbligate ad usare parlando ai clienti, da bucarsi i timpani con un cacciavite). “…A, ho paura, usciamo.”  “Hai ragione, battiamocela”

– il negozio che vende animaletti derpini. Gggh.

– la parte di Shibuya dove ci sono i love hotel, molto silenziosa rispetto al resto del quartiere. Fra il resto, abbiamo visto un tempietto grazioso, nonchè questo bellissimo locale:

Strizzate gli occhi e leggete le scritte, vi prego.

Leggete le scritte, vi prego.

Ciliegina sulla torta, F. e io abbiamo deciso di andare al risparmio per dormire, e passare la notte in un manga cafè, specificamente in questo a Shinjuku:

Sbarluccicoso e con jingle annesso

Sbarluccicoso e con jingle annesso

Noi abbiamo scelto la “flat seat”, in sostanza un cubicolo chiuso sui 4 lati ma non sul soffitto con pavimento morbido, su cui ci si siede/distende per dormire, e devo dire che con i tappi alle orecchie per gli inevitabili rumori (tosse, fruscio di carte, ecc) trapelanti dagli altri cubicoli sono riuscita a dormire come un sasso, probabile complice la stanchezza. La stanzetta era molto piccola ed essendo il manga cafè sotterraneo l’aria non era proprio delle più fresche, ma tenendo conto che per 8 ore, doccia inclusa e bibite aggratis, abbiamo pagato 1480 yen (al cambio d’oggi 11 euri) posso ritenermi più che soddisfatta.

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Prossimamente il secondo post sul viaggio. Stay-non!

 

Post title from this poem by Hafiz.

your life, […] now bounded, now immeasurable, it is alternately stone in you and star

Ovvero, di come i nostri eroi partirono alla scoperta dello ridente Shikoku.

O, in breve, di una gita in giornata in bici e delle sorprese che può riservare. Partiti di buon’ora alle 9 di mattina del 28 aprile (perché ho lasciato passare così tanto tempo prima di scrivere un post? Perché sono pigra, perdio.) con l’intenzione di raggiungere un monte nelle vicinanze e recarsi all’onsen lì collocato, ci siamo avviati verso la stazione di Kochi, convinti che lì avremmo trovato le risposte a tutti i nostri quesiti su come arrivarci.

Chiediamo ai gentili omini della stazione quale sia la fermata più vicina al monte, e prontamente li mandiamo nel panico, innestando la catena di “Onorevole cliente, la mia umile persona non può comprendere quello che lei mi sta così gentilmente dicendo, se solo può attendere tenterò di rimediare alla mia inadeguatezza chiedendo l’assistenza del mio collega”; che tradotto significa che nessuno di loro aveva mai sentito quel monte e non avevano idea di come arrivarci. Dopo qualche minuto di consultazione e determinato il nome della località che dovevamo raggiungere, naturalmente siamo stati indirizzati al terminal degli autobus, dove ci è stato detto che il prossimo autobus sarebbe partito dopo due ore.

Yabai! Alla fine abbiamo optato per avviarci in bici un po’ a cazzo verso le montagne, nella speranza di raggiungere un qualche sentiero da poter percorrere (chi l’avrebbe mai detto che la sottoscritta sarebbe diventata una trekker? Io no di certo). Ci avviamo dunque verso i monti, costeggiando un canale e ammirando gli iris che crescono sulle sue sponde.

Il canale.

Il canale by almost-night.

Arriviamo alle pendici delle montagne più vicine, e decidiamo di salire sulla prima che troviamo, nonostante il cartello che vietava l’accesso. Siamo gaijin, non capiamo né il giapponese, né il cerchio rosso barrato con scritto “ACCESS FORBIDDEN”, no no. Proseguiamo per un sentiero nel bosco, e stavo già rilassandomi costatando che non è poi così difficile salire le montagne, quando a un tratto vedo un serpente dal diametro del mio polso, e la mia prima reazione è stata chiedere agli altri se fosse finto. Seriamente? Cervello, pensavo fossimo amici tu e io!

Ma non importa, momenti di derpitudine a parte, scesi dal sentiero che portava in realtà a una triste radura proseguiamo nella nostra esplorazione della zona, perdendoci e vagando per la campagna senza una meta.

Chicca n. 1: chiediamo a un vecchino che stava innaffiando le piante davanti a casa sua come raggiungere un tempio nelle vicinanze, con poche speranze, only to find out that non solo parlava un ottimo inglese (per gli standard dei suoi connazionali), ma che ha servito come ufficiale di marina ed è stato in Russia, in America e in tanti altri posti. Come direbbero le nostre tutor sceme, kakkoii.

Chicca n. 2: i bambini che ci vedono per strada e scappano dentro casa; le signore che fanno lo stesso; la baby gang che ci costeggia in bici e dopo la nostra risposta in giapponese al loro “haroo!” (un aborto di “hello”; già, davvero) passa un paio di minuti ad affiancarci ridendo. Ciao anche a voi, stronzi.

Comunque, gira e rigira alla fine arriviamo in una zona di campagna che si chiama 円行寺, Engyouji, e ci imbattiamo in questo piccolo ma bellissimo santuario:

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Le mie foto non rendono giustizia alla meravigliosa luce e soprattutto non riescono a ricreare l’atmosfera e i profumi di quel posto. Ma resterà sempre nel mio cu   – lo porterò sempre con m   …beh insomma, avete capito.

Riassumendo: biciclette, sole, serpenti finti ma  anche no, santuari e, ciliegina sulla torta, una bellissima scottatura da murèr. Cosa si può chiedere di più dalla vita?

Title from this poem by R.M. Rilke.

here are the monsters we put in the box to test our strength against

E’ trascorso poco meno di un mese (holy shit) dall’arrivo in terra gialla, e ci sono talmente tante cose su cui vorrei commentare che non so bene da dove iniziare.

Dopo una breve ma intensa meditazione, ho deciso di partire da un aspetto della mia vita quotidiana in Giappone verso il quale provo un misto di divertimento e irritazione, ovvero: ai giapponesi piace dare istruzioni. Nel senso pratico: su qualsiasi prodotto ci sono scritte le relative istruzioni e raccomandazioni su come usarlo, nonché avvertenze e disclaimer di vario tipo.

Embè? Le istruzioni sono utili! Direte voi, e in linea di massima sono assolutamente d’accordo, tuttavia a certi livelli iniziano ad essere non solo ridondanti, ma a raggiungere livelli di derpitudine tali da farmi domandare se le grandi aziende nipponiche pensino che il loro paese sia pieno di deficienti. Sarà una questione di minuziosità e attenzione al dettaglio, e avranno magari anche lo scopo di pararsi il didietro nel caso il classico bambino infili le dita nella proverbiale presa di corrente, ma in certi casi non riesco a trovare altra giustificazione che qualche membro della catena di produzione avesse tanto tempo libero e nessun hobby. Procediamo dunque con gli esempi.

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Zio billy, per fortuna c’è il disegnino con le istruzioni in inglese, altrimenti l’avrei presa  a martellate nei fianchi, quella lattina di pesche sciroppate.  Ma a parte l’ironia facile, come giustamente mi ha fatto notare il mio compagno di viaggio A., probabilmente è scritto due volte perché il consumatore non debba girare il barattolo, o perlomeno lo debba ruotare solo di 45 gradi.  Seriamente?

 

Uomini di valore sono riusciti ad aprire perfettamente arrivando all'arrivo. Io non sono fra questi.

Uomini di valore sono riusciti ad aprire perfettamente arrivando all’arrivo. Io no.

Questo è un tentativo di mascherare la malattia delle indicazioni in uno stratagemma simpatico per aprire la confezione dei KitKat.

 

Mmmh, mochi.

Mmmh, mochi.

Qui addirittura la scritta dice: “Aprite lentamente a partire da qui”. Il colmo? Da brava cittadina rispettosa della legge ci ho provato, a scartare il mochi tirando la linguetta dal punto indicato, ma ovviamente si è aperto male, e il dolcetto mi è caduto sul pavimento polveroso. Karma, it’s a fact.

Ma ora veniamo al pezzo forte: il bagno di casa (ebbene sì, ho appena speso 5 minuti a fotografare come una cogliona tutte le istruzioni del bagno che condivido con C., mia coinquilina e compagna di avventura). Premessa doverosa: il suddetto bagno è largo un metro quadro, ed è fornito di water, minuscola vasca, il telefono della doccia e un mini lavandino, per dire che non c’è assolutamente nulla di complicato o equivocabile. Here we go.

 

La porta della doccia.

La porta della doccia.

Il palo appeso sopra la vasca, dettaglio con tanto di disegnino a prova di pampino.

Il palo appeso sopra la vasca, dettaglio con tanto di disegno a prova di pampino. (la scritta legge “pericoloso!”)

Palo appeso sopra la vasca.  Nel caso qualche babbuino evaso dallo zoo ci si volesse appendere.

Palo appeso sopra la vasca. Nel caso qualche babbuino evaso dallo zoo ci si volesse appendere.

Ventola.

Ventola.

Sopra il lavandino. No idea, non chiedetemi.

Sopra il lavandino. No idea, non chiedetemi.

Etichetta appesa sullo specchio, che non ho mai avuto le palle di leggere.

Etichetta appesa sullo specchio, che non ho mai avuto le palle di leggere.

Istruzioni sullo scarico. Easy peasy.

Istruzioni sullo scarico. Easy peasy.

Etichetta appesa sulla vasca.

Etichetta appesa sulla vasca.

Come appendere la carta igienica. Ripeto, ma seriamente?

Come appendere la carta igienica. Ripeto, ma seriamente?

 

Ok, la carrellata bagno è finita, giuro. Ci sarebbero un sacco di altri esempi, tipo le confezioni di yogurt che pur  avendo tutti gli angoli perfettamente uguali hanno espressamente scritto sopra di aprire da un dato angolo, e non dagli altri (wtf), però non starò qui ad annoiarvi ulteriormente. Alla prossima!

 

[post title from this poem by Richard Siken]

I want to do with you what spring does with the cherry trees

Finalmente un po’ di tempo per raccogliere i pensieri! Mi fa ancora strano essere in Giappone; qui tutti parlano giapponese, ovunque mi giri BAM, wall of kanji, dormo su un futon, le macchine hanno il volante a destra e sulla mia carta igienica ci sono disegnati dei fottuti panda.

I fottuti panda.

I fottuti panda.

Ma partiamo con calma. Chi mi conosce ormai saprà a memoria l’itinerario del viaggio per arrivare qui a Kochi: aereo Venezia-Doha e  Doha-Osaka, autobus notturno Osaka-Kochi. Il viaggio aereo con Qatar in realtà è andato abbastanza bene, se escludiamo le turiste argentine ultramoleste e il fatto che ogni volta che devo fare un viaggio aereo me la faccio sotto dalla paura ; voli puntuali, hostess molto gentili, pranzi veg-friendly.

Veg e onto al punto giusto, mmh.

Veg e onto al punto giusto, mmh.

Le cose si fanno interessanti, o anche no, arrivati in Giappone. In aeroporto a Osaka naturalmente bisogna presentare al clerk di turno il proprio passaporto e la carta d’immigrazione che ti consegnano in aereo, e, dopo una coda di circa una mezz’oretta, anche la sottoscritta arriva di fronte all’impiegato giacca e cravatta, fiduciosa che l’omino sappia almeno qualche parola d’inglese e che visti i miei documenti non mi faccia troppe storie (e qui vi rimando alla mia stimatissima collega, che penso abbia avuto un’esperienza simile). CERTO, COME NO. Immaginatevi la vostra, intontita da un viaggio di quasi venti ore complessive, reduce da tre mesi in cui non ha aperto un libro, messa di fronte a un muro di ostilità e diffidenza, in giapponese. L’omino spaccacazzi mi ha fatto un sacco di storie per delle inezie, mettendo continuamente in discussione quello che gli dicevo con aria scocciata (“Ah, ma lei ha scritto 3 mesi, non 90 giorni. Vede? Qui nel suo passaporto non c’è il visto, non c’è.”), finché non gli ho mostrato un documento che prova il mio stato di studente straniero (grazie, T-sensi <3) e i biglietti del ritorno. Tranquillo, me ne vado, non ti preoccupare >_>

L’autobus notturno era molto comodo e spazioso; un po’ inquietante visto che era chiuso da tutti i lati da tende, in modo tale che da fuori non trapelasse alcuna luce. L’unica pecca, si è fermato giusto fuori Kochi per circa due ore e mezza, dalle 02.30 alle 05.oo: ho capito che non potevano scaricarci alle tre di notte in stazione, ma si poteva posticipare la partenza a mezzanotte, invece di stare fermi col motore acceso per tutto quel tempo. Ma pazienza, finalmente i nostri arrivano alla tanto agognata meta.

Dopo aver atteso due ore e mezza abbondanti in stazione al freddo e al gelo, ci viene a prendere T-sensei, il nostro contatto dell’università di Kochi; tutti emozionati nel vedere lui e la sua disagiata camicia hawaiana, ci aspettiamo che di grazia ci conduca alle nostre dimore, e possibilmente a una doccia (ne avevamo bisogno. Davvero.). E INVECE NO. Andiamo in taxi, e qui urge un secondo di ammirazione per l’interno del taxi:

Il merletto! Si sente già il mono no aware.

Il merletto! Si sente già il mono no aware.

Dicevo, il taxi ci porta dove? All’università, dove non solo ci viene comunicato che le nostre camere non sarebbero state pronte per almeno due ore e mezza, ma che nel frattempo avremmo dovuto fare conversazione con le nostre tutor, studentesse dell’università gentilmente offertesi di aiutarci nelle nostre necessità. Vi lascio immaginare, noi che puzzavamo come il culo di un cammello, stanchi morti dopo un viaggio di due giorni, a chiacchierare forzatamente tête-à-tête con queste ragazze di cui conoscevamo solamente il nome. E’ stato difficile e doloroso.

Arrivata finalmente l’ora di andare nei nostri appartamenti, si sperava ci avrebbero lasciato morire rannicchiati in un angolo; E INVECE NO. Le tutor ci hanno accompagnate fino a casa, ci hanno aiutato a montare alcune cose e poi ci hanno portato a pranzo, offrendosi anche di aiutarci a fare la spesa (che poi abbiamo fatto da soli mettendoci una vita, ma  ne riparlerò). Non fraintendetemi, sono stati tutti gentilissimi e ci hanno aiutato tanto, ma personalmente mi sarei aspettata un filo in più di comprensione per dei poveri cristi reduci da un viaggio sfiancante.

Bene, questo è stato l’inizio! Ora vedremo come va avanti, prossimamente.

[post title from this poem by Pablo Neruda]

 

Questo piccolo spazio è stato aperto in previsione del viaggio in Giappone; la verità è che ho iniziato a rendermi conto che ci sto per andare davvero solo a partire da ieri sera, ultima domenica di lavoro fino ad luglio, se non agosto.

E allora? Ci si potrebbe chiedere – in fondo sono solo tre mesi, poco più. E poi fai la cameriera in una pizzeria in mezzo al niente, cosa vuoi che sia. Sono d’accordo, se non fosse che l’andare a lavoro ogni venerdì, sabato e domenica ha scandito le mie settimane, i miei mesi, nel bene e nel male; ok, più male che bene, but still. Perché per ogni dieci volte che un faccia di merda fa commenti inappropriati o rompe il cazzo per delle inezie (questo è un blog volgare, l’avevo detto?), c’è un cliente gentile che ringrazia o si offre di passare le bibite agli altri; per ogni sputacchiante e paonazza sfuriata che el paron (L., ovvero colui che mi dà lavoro e stipendio) mi fa, c’è un A. grato che gli porti giù i vassoi pieni; per ogni episodio di nepotismo a cui assisto in questo locale a conduzione familiare, c’è la consapevolezza della percentuale sana dei miei colleghi, brave e laboriose persone.

Da circa un mese a questa parte mi ricordano tutti a piè sospinto che parto, e io ho sempre avuto risposte pronte:

“Suvvia E., sono solo tre mesi!”

“Dai, V., in realtà non vedi l’ora che mi tolga dai coglioni”

“Ma no, signora, i miei genitori si preoccuperanno il giusto, e non mangerò cavallette, non si preoccupi”,

senza realizzare l’avvicinarsi della data fatidica, il 31 marzo. Per carità, probabilmente è meglio così eh, o altrimenti avrei iniziato ad avere le farfalle nello stomaco mesi fa. Le farfalle sono arrivate a bizzeffe ora, millemila farfalle con tanti dentini aguzzi (hei, se hanno i denti le coccinelle posso benissimo immaginare che li abbiano anche le fottute farfalle) attaccati alle pareti del mio apparato digerente.

Avendo una predisposizione d’animo pessimista, non posso fare a meno di pensare a come tutto potrebbe essere potenzialmente uno schifo: il viaggio, la convivenza, lo studio, il cibo e via dicendo. Sto per lasciare la mia tranquilla e provinciale quotidianità, e come dice giustamente la Toki sono come un Bilbo Baggins alla sua prima avventura fuori dalla Contea.

 

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E niente, tutto questo per dire che l’ultimo giorno di lavoro era l’unica cosa dietro la quale potevo ancora nascondermi e procrastinare il momento in cui avrei dovuto affrontare il fatto che sì, sto per partire per l’altra parte del mondo e sì, sarà la prova del nove e probabilmente capirò se questo mio percorso mi sta portando da qualche parte o no. Ho un po’ paura della risposta (leggi: mi sto cagando in mano aoinwklklgsdokawn), ma non vedo l’ora. -6.

 

[post title from this poem by Nick Flynn]